SERIAL FILLER

Cronaca di un pandemonio

Edito da Scatole parlanti  

Prefazione di Enza Li Gioi

"E a un certo punto la fine del mondo ebbe inizio. Non sotto forma di terremoti, faglie e rughe, no, nessuna ruga - la mia superficie epidermica era ancora abbastanza elastica - bensì per progressiva smaterializzazione dei contenuti sottocutanei, seguita da una riorganizzazione anarchica dei medesimi. Cominciai così a svuotarmi poco a poco."

GENESI

Serial filler nasce in un gran brutto momento, ma il momento giusto per nascere, sotto una crisi sociale di scala mondiale che ha certamente ispirato molte narrazioni, più o meno fantasiose. A questo vivace coro ho voluto aggiungere la mia voce con un romanzo distopico, che lascia spazio tanto alla critica socio-politica quanto all'intimismo psicologico e onirico, allargando i confini del genere al romanzo esistenziale (anche perché la letteratura strettamente di genere non mi ha mai sconfinferato). Un romanzo che s'innesta nel romanzo del mondo dunque, e prosegue il gioco delle scatole cinesi anche al suo interno sotto forma di romanzo nel romanzo, a partire dal diario di un protagonista narratore che confluisce nel racconto di una seconda voce narrante che si sostituisce a sua volta all'autore reale, in un gioco di identità speculari e scavalcamenti di ruolo. Ok, mi fermo qui, perché è più bello scriverlo che descriverlo, ed è più bello leggerlo che sentirne parlare. Come di tutte le cose. Lascio al lettore il piacere di vivere l’esperienza di Bérénice, Mikael, Willy, Marika, Elia e Lupo, e ricomporre il disegno del puzzle, se avrà voglia di andare fino in fondo.

SINOSSI

2048 Anno Domini. Un feroce microrganismo acellulare, Bill48, mette in ginocchio per due anni l'intero pianeta rendendolo sempre più inospitale. Sullo sfondo della pandemia, un nuovo scenario geopolitico mondiale si va via via profilando, sotto la lente di osservazione degli scettici e stravaganti coniugi von Eyck (Mikael e Bérénice) - confinati in quarantena come il resto della popolazione mondiale - e di una coppia di biologi (il Dr. Willy Wright e la D.ssa Marika Pravdovà) incaricati di trovare il vaccino salva umanità. Intorno a loro, una girandola di personaggi più o meno terreni e oggetti volanti: un bambino, un cane, nubi di cornacchie assassine e droni porta vivande. La cronaca di quei giorni trova spazio nel diario di Bérénice - protagonista di alcuni fenomeni paranormali forieri di presagi e cambiamenti - e negli scritti di un non identificato autore che si rivelerà solo nel finale. L'alternanza delle due voci narranti costruisce la trama di un racconto surreale che attinge a piene mani nel reale, intrecciando la dimensione intima e individuale dell'esistenza alle sorti tragiche e amaramente comiche del mondo. 

Gli amici lettori

Domenico Cigno

Io vado avanti imperterrito nella lettura. C'è del Miller (più Tropico del Capricorno) e ogni altro ben di Dio... ah, senza dubbio anche Achille Campanile!

Antonio Fiori

L'unica cosa che mi tranquillizzava durante la lettura era una cosa tristissima ma certa, ovvero i morti di questa pandemia, non solo quelli di cui riferiscono ancora ogni giorno i media (che possono esser frutto di macchinazione) ma quelli di cui si è saputo dall'amico, dal parente o dal vicino di casa: i morti veri, purtroppo, che qui sono strategicamente messi in dubbio da una logica stringente e da un lockdown biennale. Resta peraltro tutta la preoccupazione di un uso politico distorto della situazione sanitaria mondiale, dentro la quale questo romanzo breve si immerge perfettamente.

Tanto premesso (si dice così), il lettore c'è tirato dentro con la curiosità e la perseveranza in questo romanzo fantapandemico, nel quale sono ben dosate anche suspence e ironia, critica del potere e critica del costume. Molte le trovate divertenti e le improvvise esplosioni dei sentimenti (Lupo ed Elia in particolare). Convincenti lettere e documenti citati, non troppo tecnici né troppo generici, e molto bella la massima evangelica della parte conclusiva che fa fare al romanzo il passo verso il dramma e l'assoluta serietà. Una considerazione sulla presenza di elementi autobiografici nella scrittura. Il lettore, naturalmente, li può solo immaginare, sospettare, e certo non potrà mai dire: ah questa è lei, questo fatto le è accaduto davvero, quei tic sono suoi. Nondimeno il lettore ha un sesto senso che gli fa esclamare all'improvviso: Eccola! Eccolo! Bene, posso dire d'averlo esclamato più volte.

Marco Fioramanti

Assorto nella lettura del cominciamento del tuo romanzo - scandito da un sagace e capillare snodarsi di titoli e capitoli - la mia mente si lascia navigare nel tuo microcosmo fantasioso ma mica tanto, che mi riporta a un tempo non lontano quando qualcuno mi insegnava i rudimenti del 2.0 portandomi per mano dentro un universo virtuale così tangibile che a volte chiedevo scusa quando il mio avatar distratto passava sopra i suoi omologhi o attraversava i muri. Già il primo capitolo è da "Notte dei morti viventi" e prepara evidentemente il terreno a scenari apocalittici, e i successivi cinque non deludono le aspettative, al punto che vorresti accelerare i tempi per sapere al più presto, conoscendo la tua mente di progettista/realista, come prosegue e come andrà a finire.

È bello ritrovarti "scientifica" nella creazione scritta, libera dai gangli asintomatici di retaggi architettonici o teatrocanzonatori. In te la parola è fluido magico che esprime l'incanto pur nella disperazione, è pozione incandescente di fattucchiere in amore, calore iridescente che pulsa ininterrotto e so già che questo lavoro sarà il primo di una serie con le quali affabulerai il lettore. Hai trasposto parole e musica, tu Lennon-McCartney, tu Mogol-Battisti, tu Pace-Panzeri-Pilat dei Sanremi anni 70. I vecchi studi di "fondazione, alzato, sezione, prospetto, dettagli" riemergono in forma decostruttiva e discretizzata dalle parole della tastiera. Ricomponendo - finalmente - un Ur-Organismo filmico, scenico, probabilmente anche psicomagico, che accompagna chi legge a vivere ciò che sta per accadergli come nel finale di cent'anni di solitudine.

Il romanzo scorre come un surfista sull'onda.

Mauro Ronconi

Ho fatto un’esperienza nuova leggendo il libro di Daniela Maurizi “Serial filler. Cronaca di un pandemonio”, l'esperienza di come l'infinitesimamente piccolo, ciò che non possiamo vedere coi nostri occhi aldilà del suo effetto, possa condizionarci irrimediabilmente. Si parte dallo specchio, che nella sua acqua profonda e insondabile ci restituisce un’immagine, la sola che a noi possa apparire come specchio della nostra realtà individuale. Noi siamo ciò che lo specchio riflette, e se ogni mattina scattassimo una foto di ciò che vediamo, solo a distanza di tempo riusciremmo a vedere il nostro mutamento, che invece distrattamente non ci appare allo sguardo, quello fugace di chi è intento nel rito quotidiano del lavarsi la faccia. La nostra protagonista è lì di fronte allo specchio e per un istante si accorge del lavorio continuo che il bulino della vita opera sul suo corpo. Un mondo sotterraneo sconosciuto ai più, il mondo cellulare, che poco si cura di sentimenti e umori quotidiani, un mondo che ci appartiene ci sostiene e poi ci uccide, senza tenere conto dei nostri pianti, delle nostre aspettative, delle nostre gioie e dei nostri dolori, un mondo invisibile, fatto di nuclei e citoplasma che operano senza tregua nel raggiungimento del loro fine. La domanda implicita del libro è una domanda dogma di ogni filosofia, "cosa possiamo conoscere, al di là di ogni ragionevole dubbio, di ciò che ci circonda?" L'unica cosa di cui possiamo essere certi sono i nostri sentimenti, i nostri legami di amore, di amicizia, di alleanza che abbiamo coi nostri simili, ma tutto ciò può non bastare, non siamo al riparo da manipolazioni, l'infinitesimamente piccolo è dominio di pochi, e a noi non resta che affidarci alla narrazione che più ci convince.

Il libro si allarga lentamente come una macchia oleosa, e all'azione interna delle cellule si sovrappone il mondo invisibile esterno di una pandemia in atto, e anche in questo caso terminologie e princìpi di realtà non sono univoci, ma soprattutto non sono conoscibili ai più. Non mi sono occupato dei protagonisti della storia, anche perché il libro va letto, solo un piccolo accenno al cane, che con una mirabile trasfigurazione letteraria, per pochi istanti diventa una cattedrale del miglior romanzo gotico. Concludo dicendo che in questa narrazione, l'amore e l'istinto alla libertà, assieme ai saccaromiceti dei lieviti - di nuovo l'infinitesimamente piccolo che ritorna - sono forse l'unica cosa per cui valga la pena vivere.

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