LAWRENCE

Lawrence Ferlinghetti ed io davanti alla City Lights Bookstore a San Francisco, 1981

Ehi, Lawrence, ti ricordi quando passavo tutti i giorni da te, in quella tua libreria a Columbus Avenue, angolo Broadway Street, e mi consigliavi i nuovi usciti? Usciti di galera, come quello strafottente di Corso, a cui avevi fatto pubblicare una raccolta di poesie… Gasoline mi pare, giusto? Quando cantava le canzoni italiane però quello stronzo era di una dolcezza… Ma io, a dirla tutta, avevo un debole per te e le tue poesie… si, le tue poesie mi facevano sentire al mio posto, non so come dire… al posto giusto, perché mio e di nessun altro… ognuno deve stare al suo posto, non ci possono essere sovrapposizioni, altrimenti si fa confusione, e da quel punto, unico e relativamente assoluto, “l'uomo-donna, l'uomo integro, tiene tutti i mondi insieme”, ho detto bene Lawrence? Da quel punto in poi si può solo imparare a gestire la distanza con gli altri punti, e tu, a quella distanza tra me e te, nudi, gli avevi dato il nome “poesia”, “suprema finzione che tiene a bada la morte”.

Non avrei mai potuto scriverlo io questo, perché avevo sempre pensato che la poesia fosse suprema verità, ma poi anche Pessoa lo diceva, che il poeta è un fingitore, e allora ho cominciato a fingere di crederci, e a credere di poter fingere di scrivere poesie, ma tu non ci sei cascato, e non me le hai mai pubblicate.

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