GENTE MODERNA

Foto da leggere, parole da guardare

foto di Stefano Tedioli, testi di Daniela Maurizi

Prefazione di Madame Panckoucke (inedito)

Opera a due mani, frutto della collaborazione di due artisti che hanno unito i loro linguaggi (scrittura e fotografia) per dare vita a dei mini racconti surreali e ironici, che parlano di un’umanità in cerca della sua umanità.

Tema conduttore: il giocattolo, che Tedioli (appassionato collezionista) ha assunto da anni come oggetto di studio e sperimentazione creativa.

La cosa bella della fotografia è poter raccontare storie senza uso di parole, per questo non ha motivo di essere spiegata, la foto si racconta da sé, oltre l’apparenza; ma senza compiersi del tutto come storia, resta un racconto in nuce, un concentrato narrativo di rara potenza. Così è, in special modo, per le immagini di Stefano Tedioli, mini racconti surreali, ironici, onirici, densi di messaggi - a volte criptici, altre più espliciti - che parlano di un’umanità in cerca della sua umanità. Immagini narranti, ma anche erranti, che inducono a spiazzanti derive di senso. Se allora non v’è bisogno di spiegazione, perché l’irruzione del testo? Perché qui ogni parola aggiunta non è un’aggiunta, né un commento didascalico, ma la prosecuzione di un racconto, il dispiegarsi di un filo, fra i tanti possibili, che la scrittura di Daniela Maurizi afferra e svolge fino a conclusioni imprevedibili, aperte a significati altri, anche oltre le intenzioni dei due autori. Due autori, e due linguaggi, che dialogano in un gioco di specularità e rimandi incrociati, in cui non è solo il racconto a narrare la foto, ma è a sua volta la foto a narrare il racconto, forzandone il linguaggio, poiché fuori dalla realtà evocativa di quell’immagine, quel racconto non sarebbe mai nato e non potrebbe vivere di vita propria. In questa rete di significati molteplici e instabili, l'eccesso di senso indotto dai testi resta elusivo e allusivo, lasciando l’immagine in balia dell'interpretazione soggettiva di chi guarda e legge. Significati aperti dunque, ma dentro fotogrammi compiuti, costruiti ad arte da Tedioli con una precisione microscopica, che ne esalta il surreale salto di scala e il labile confine tra immaginazione e realtà. Questi piccoli mondi, luogo di paradossi dalla forte potenza evocativa, trovano nel testo scritto la loro narrazione mitica, come piccole cosmogonie di un'origine assolutamente inventata. Mentre lo svolgersi del racconto cala le immagini immote in una dimensione temporale, a cominciare dal tempo insito nell’atto intimo e universale del leggere. Ed è qui, nella partecipazione emotiva dell’osservatore-lettore, il punto di sintesi dei due percorsi - quello visivo e quello verbale - che nonostante cavalchino linguaggi diversi, hanno di sicuro molto in comune, tanto quanto la carrolliana coppia di un corvo e una scrivania.

Madame Panckoucke

ESTRATTI

Non faceva che darmi l’assillo: voleva stivali di coccodrillo, con lo sperone e il tacco a spillo. Ogni volta che mi carezzava, sentivo in lei un’insaziabile brama, il suo sguardo pernicioso mi rendeva un poco ansioso, poi con un bacio mi assicurava che tutto ciò che di me amava non era certo la superficie ma alcune mie battute ardite, fuori dai denti e un poco pungenti, e di certo non mirava alla mia pelle di caimano, che era più adatta per un divano. Ciononostante non ero tranquillo, e una mattina a colazione, in mancanza di stuzzicadenti, non ho resistito alla tentazione e l’ho mangiata in un sol boccone. Sono invero assai dolente per lo spiacevole incidente, lei di certo non era una santa, ma era davvero una donna in gamba.

Se da cosa nasce cosa, perché mai non nasce rosa? Come può l’alma petrosa esser tanto refrattaria alla cosa più amorosa? L’accarezzo ma non freme, pur se entrambi siamo pietre, benché lei sia la più dura, ben più dura di un diamante senza il tocco di un amante. Ma di lei nulla m’importa, io non seguo il vil destino di cotal materia morta, e la lancerò lontano dal mio cuore fratturato, starà meglio in fondo al mare, fra telline e cozze amare.

“Attenti al gorilla” è una vecchia canzone che narra le gesta di uno scimmione un poco anarchico, non senza ragione. Pieno di rabbia e testosterone, prende di mira un magistrato e poi lo stende sopra un bel prato. Ma il gorillone, ancora offeso, a quanto pare ha un conto in sospeso con quel potere che ha già vilipeso, e non contento, la sua fobia punta diritta alla polizia, che asserragliata nella volante trattiene il respiro col cor palpitante, mentre il ruggito della pantera, sotto il popò della bestia nera, cangia nel canto di una sirena, accompagnando la lunga attesa dei penitenti che battono i denti, invocando chi li protegge da quel quadrumane senza legge.

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